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Nella fabbrica delle nuvolette 6: Come funziona la percezione

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Proseguendo quanto detto nei post precedenti, è evidente che ora occorre affrontare un discorso più complesso, che riguarda la percezione degli stimoli e la loro interpretazione da parte del cervello. Da tempo, ormai, si prospetta l’idea che il cervello non sia mero ricettore degli stimoli visivi provenienti dalla retina, ma che tenda in qualche modo ad “adattarli” alle sue attese. Tutto ciò in base sia ai tempi di reazione, troppo rapidi per il trasporto degli stimoli visivi attraverso il sistema nervoso, sia alle aberrazioni percettive, agli errori, che si spiegano solo se si pensa allo stimolo visivo come uno stimolo in qualche misura “pre-orientato” dalle nostre attese.
“gli stimoli visivi sono profondamente ambigui – e perciò, sostiene Dale Purves – il problema primario con qualsiasi schema visivo […] basato su regole (vale a dire basato su campioni di risposte semplici e neuronali) è che le fonti di qualsiasi stimolo della retina (e quindi la sua importanza per l’azione successiva) non sono conoscibili in maniera diretta. Qualsiasi elemento di uno stimolo visivo può essere derivato da molti – in effetti da un numero indefinito di oggetti e condizioni diverse” (1).
Perciò la percezione visiva non rilascia una fedele riproduzione di quanto viene “visto” ma è piuttosto un’interpretazione interna, ad usum delphini: “L’occhio è l’organo della lettura/scrittura del mondo”, sostiene Calvino (2).

Se è così, che cosa dirige tale interpretazione? Come è possibile, cioè, per l’autore-artista dirigere la comunicazione orientando il lettore verso il messaggio veicolato? Questo approccio, radicalizzando la posizione del cervello, la cui opera di “costruzione” è vista come fondamentale, rischia di perdere il contatto con l’esterno, sfociando nell’individualismo. Ma una forma di comunicazione deve esserci, emerge chiaramente dalle esperienze quotidiane. Le persone si intendono su concetti, semplici o astratti che siano, per cui una base comune di interazione deve pur sussistere. Ma su quale sia, c’è discordanza fra gli studiosi.

Ad esempio, Purves e i suoi colleghi sostengono che l’interpretazione si basi sulla probabilità di abbinamento del segnale visivo complessivo con la somma delle informazioni immagazzinate su quanto precedentemente visto e sperimentato.

Note:
1) Purves and Lotto, [2003], p.72;
2) M. Belpoliti, [1996], p. 257.

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